Manfredi Zimbardo

  1. Che valenza ha questo tuo nuovo lavoro in rapporto alla situazione presente, cioè come questa tua pratica può essere da te considerata un riflesso o meno di questo momento?

L’idea che ha preceduto il lavoro, è maturata, direi incubata poco prima della situazione assurda che stiamo vivendo, ma il progetto completo si è realizzato durante il loockdown, periodo che ho dovuto trascorrere nella mia città, Palermo. Per certi versi è stata una fortuna perché mi ha portato ha dover tornare a vivere con mia madre. Questo contatto stretto e il confronto con lei è stato fondamentale per il processo di elaborazione del lavoro. Certi lavori, come questo, credo sia fondamentale viverli “fisicamente” per rispecchiare un’intimità e una sincerità che non potrebbero altrimenti mai venir fuori. Quindi alla prima domanda, rispondo assolutamente si.

  1. Che cosa rappresenta, come si inserisce e come riconosci ciò che stai facendo all’interno del tuo percorso: è continuità , è revisione, è novità, è ritorno al passato, è innovazione. Quali sono le connessioni eventuali con il tuo lavoro precedente. Ci sono attinenze o referenti. Magari proprio un uso di materiali diversi, riscoperti, o di diverse tecniche, o diverse visioni concettuali?

Credo proprio che il lavoro rappresenti tutte le definizioni che hai dato. Per poter andare avanti con la propria crescita bisogna attingere sicuramente al passato, ma c’è innovazione e novità: è la prima volta che mi trovo a lavorare con album di famiglia. Concettualmente, io che ho avuto in prevalenza interessi antropologico-sociali, mi sono accorto di quanto sia importante fare tappe nei luoghi dei nostri ricordi. Immagini, parole, flashback stanno tornando con prepotenza a galla e sento il bisogno di farle uscire. Così ho ritrovato ed utilizzato le immagini di album di famiglia su cui ho realizzato un gesto di nascondimento. Nei miei lavori ho sempre utilizzato il mezzo fotografico in prima persona, mentre in questo caso ho dovuto mettere da parte lo strumento principale per soffermarmi su immagini non realizzate da me. E’ un approccio totalmente diverso ma che mi ha incuriosito parecchio.

  1. Cosa pensi del tuo lavoro di oggi nel contesto che stiamo vivendo, in rapporto al presente e al più prossimo domani. In particolare cioè come pensi possa agire il tuo lavoro sull’oggi, ne vedi un’azione in rapporto a questo contesto particolare e magari anche alla realtà di esistenza modificata che sembra prospettarsi in futuro?

Al di là di ciò che la situazione cambierà nel rapporto tra persona e persona, sia fisicamente che mentalmente, il mio modo di lavorare si basa spesso sul contatto umano, necessita di rapporti reali. Mi capita spesso infatti di realizzare progetti che hanno a che fare con il sociale, e prevedono necessariamente la presenza e lo scambio reciproco con i soggetti. Questo approccio, conclusa la situazione particolare che stiamo vivendo, non sarà influenzato, lo seguirà di sicuro perché fa parte di me anche se credo che quest’ultima esperienza, più intima e personale potrebbe essere un buon modo per approfondire e migliorare la ricerca e di conseguenza il risultato.

  1. Che influenza ha avuto o potrebbe avere questo tuo lavoro sulla tua consapevolezza di essere artista in rapporto oltre al tuo privato contesto esistenziale, in rapporto con il mondo in generale?

Sicuramente questo progetto ha aggiunto una nuova ed interessante possibilità di lavoro. Mi sto accorgendo piano piano che si può creare qualcosa di puro partendo dai cassetti di casa nostra, basta essere sinceri con se stessi.

  1. Pensi che quello che stai facendo avrà dei risvolti concettuali ed operativi che resteranno dentro allo sviluppo del tuo lavoro artistico e in quali termini o sarà solo una parentesi?

Dei risvolti positivi li sta già avendo; sono scattai nel momento in cui mi sono reso conto che quello che stavo realizzando mi faceva riflettere e possibilmente rispondere a domande che mi ero sempre posto. Necessità che avevo sorvolato semplicemente per paura di un confronto troppo intimo e pericoloso. Bisogna uscire a volte dalle nostre zone di confort per poter andare avanti e scoprire nuovi mondi. Quindi vedo il lavoro presentato come una parentesi aperta e motivo di continua ricerca.

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“(S)conosciuto” è un dialogo tra un padre, una madre ed un figlio.
Un incontro fisicamente oramai non più possibile ma che trova i suoi punti d’unione attraverso vecchie fotografie e una lettera dal tenore delle “parole non dette”.
I tre protagonisti cercano di comunicare tra di di loro, dato che non hanno mai avuto modo di farlo o almeno in parte, ognuno con i propri mezzi espressivi che legano e formano il progetto. Sensibilità e delicatezza accompagno una storia piena di controversie dettate dai rapporti familiari turbolenti vissuti nel proprio percorso di vita.
Immagini di una famiglia che vedono due dei tre protagonisti ritrovarsi in situazioni intime, all’apparenza gioiose, che col passare del tempo si sono trasformate in dubbi e incertezze.


Manfredi Zimbardo è nato a Palermo il 5 Settembre 1993 che nel 2014 si avvicina per la prima volta alla fotografia. Nello stesso anno inizia gli studi all’Istituto Europeo di Design (IED) a Roma. Nel 2017 consegue il diploma di laurea triennale in fotografia. Attualmente sta svolgendo il master di alta formazione sull’immagine contemporanea presso la Fondazione Fotografia Modena. Per continuare Nessun blocco selezionato. 1 blocco selezionato.