Federica Porro – Orecchie D’Asino

  1. Che valenza ha questo tuo nuovo lavoro in rapporto alla situazione presente, cioè come questa tua pratica può essere da te considerata un riflesso o meno di questo momento?

Due anni sono passati dalla mia partecipazione alla residenza offerta da Studiottantuno Contemporary Art Projects, durante questo periodo il mio percorso artistico si è trasformato ed è arrivato alla collaborazione con l’artista Ornella De Carlo con la quale abbiamo formato il duo artistico Orecchie D’Asino. La nostra pratica spazia dalla scrittura all’installazione, dal suono alla scultura, dalla fotografia alla performance, dall’immagine all’azione, con l’intenzione di spostare lo sguardo dal genere e dalla tecnica e porre l’attenzione verso i comportamenti, i modi di produzione e le relazione con il mondo. Parlando quindi per entrambe vorrei soffermarmi su uno dei nostri ultimi lavori Cose_tra_cose un progetto che portiamo avanti da qualche mese ma che recentemente ha acquisito nuove sfumature e letture.

Il lavoro consiste in una serie di fotografie, in cui gli oggetti casalinghi convivono in quella che potrebbe sembrare una danza tra generi musicali diversi: gli oggetti non hanno più una presenza singolare ma una coerenza di insieme scaturita da associazioni casuali. La coerenza di queste relazioni non risiede più nell’unità tradizionale del gusto, bensì in un nuovo sistema culturale di segni determinato da segrete affinità.

Esse ci portano alla penetrazione dell’immagine creata attraverso la generazione di descrizioni lontane dalla funzione dell’ekphrasis. Un ennesimo labirinto che permette ulteriori percorsi narrativi che continuano la deriva ricercata anche all’interno delle immagini.

Un ulteriore sviluppo di questo sistema di segni potrebbe essere la resa scultorea delle composizioni attraverso calchi in gesso che neutralizzerebbero ogni riconoscimento per dare l’illusione di archeologie ipotetiche.

La fotografia, il testo, e infine la scultura sono così riuniti nello stesso ambiente, formando un nuovo metalinguaggio. Il prefisso “meta” in questo caso significa “riunire”, “raccogliere”, “includere”, ossia mettere insieme ciò che è separato.

  1. Che cosa rappresenta, come si inserisce e come riconosci ciò che stai facendo all’interno del tuo percorso: è continuità , è revisione, è novità, è ritorno al passato, è innovazione. Quali sono le connessioni eventuali con il tuo lavoro precedente. Ci sono attinenze o referenti. Magari proprio un uso di materiali diversi, riscoperti, o di diverse tecniche, o diverse visioni concettuali?

Cose_tra_cose è una delle estensioni dei progetti che portiamo avanti, lavorando normalmente su installazioni di dimensioni più grandi, con questo progetto abbiamo invece cercato di lavorare su spazi immaginari più piccoli. La continuità si ritrova nella ricerca associazioni e relazioni tra oggetti, cortocircuiti che cercano di creare delle narrazioni e delle riflessioni nuove; nel tentativo di nascondere la figura autoriale a favore di una moltiplicazioni di voci e punti di vista anonimi.

Un altro elemento costante è la riflessione sull’oggetto quotidiano in relazione alla mercificazione e al consumismo attuale. L’oggetto nelle nostre composizioni non è più definito per la sua funzione, piuttosto per la sua archeologia, la sua presenza o forse la loro assenza. Inoltre essi hanno un vantaggio fotogenico, perché liberi dalla psicologia e dall’introspezione. Davanti ad essi siamo noi, quindi, a dover diventare oggetti per poter ritrovare un rapporto di seduzione con il mondo: non riflettono immagini reali, ma desiderate.

Cose_tra_cose utilizza diversi linguaggi per arrivare a formare attraverso l’immagine, e il testo un nuovo oggetto scultoreo che non dimentica la forma dei vari elementi con cui era stato ideato. In questo senso è sia continuità, che ritorno al passato, sia revisione ma anche innovazione. 

  1. Cosa pensi del tuo lavoro di oggi nel contesto che stiamo vivendo, in rapporto al presente e al più prossimo domani.

In particolare cioè come pensi possa agire il tuo lavoro sull’oggi, ne vedi un’azione in rapporto a questo contesto particolare e magari anche alla realtà di esistenza modificata che sembra prospettarsi in futuro?

Certamente la situazione dei mesi trascorsi e dei mesi a venire a dato modo a tutti noi di riflettere, ognuno nel proprio ambito, ognuno nella propria quotidianità. Da artiste è stato difficile vedere come la cultura ancora una volta sia stata messa in fondo agli interessi dell’intera nazione e come il nostro lavoro non abbia ricevuto una cura e un riconoscimento  che riteniamo invece essere necessaria.

Nonostante una mancanza di sostegno da parte di alcune istituzione e nonostante il necessario spostamento di molte iniziative ed eventi riteniamo fondamentale continuare a riflettere anche se in questo momento non è facile vedere la realizzazione di queste riflessioni all’interno della società. In questa fase di cambiamento permangano quei grandi quesiti che già erano presenti precedentemente, la speranza è che forse si riesca a raggiungere un cambiamento o anche una nuova presa di considerazione.

  1.  Che influenza ha avuto o potrebbe avere questo tuo lavoro sulla tua consapevolezza di essere artista in rapporto oltre al tuo privato contesto esistenziale, in rapporto con il mondo in generale?

La contaminazione e la discontinuità presenti nel quotidiano sono i principi che hanno guidato fin dall’inizio la nostra pratica. Il banale e il mondano, l’oggetto di studio del quotidiano, erano i nostri punti di partenza in quanto solitamente sono invisibili o scontati. Adesso che sono diventati la nostra gabbia troviamo difficile dargli una collocazione ma necessario. Il quotidiano era già urgente quando la frenesia delle nostre vite in quest’epoca accelerata lo consumava.

Una banana ammaccata, un ventilatore o un orologio che segna l’ora sbagliata diventano segni di una presa di posizione, di un voler fermare un andamento frenetico con un atteggiamento sensuale e affettivo. “L’Invenzione del quotidiano” di Michel de Certeau contiene una teoria delle pratiche quotidiane, per far affiorare dal loro magma quei “modi di fare” che possono diventare forme di resistenza. che sfuggono al determinismo sociale per creare spazi di libertà: sono micro-resistenze della vita di tutti i giorni.

Viviamo il tempo degli oggetti. Vediamo gli oggetti nascere, completarsi e morire. Questa disponibilità immediata ed esagerata degli oggetti ha fatto sì che la loro capacità di comunicare si sia moltiplicata vertiginosamente, in un flusso di significati sempre più numerosi e sempre nuovi. Non consumiamo oggetti, ma segni. Il mondo reale è sparito, sostituito da segni del reale, che danno l’illusione di un mondo vero. Il luogo per eccellenza è la vita quotidiana.

  1. Pensi che quello che stai facendo avrà dei risvolti concettuali ed operativi che resteranno dentro allo sviluppo del tuo lavoro artistico e in quali termini o sarà solo una parentesi?

Il nostro lavoro è in continua evoluzione. Nell’ultimo periodo ci siamo avvicinate a forme d’arte più sociali in cui c’era un coinvolgimento diretto di persone, ma ci sono anche degli elementi che permangono, dei fili conduttori che segnano i pilastri del nostro pensiero. L’oggetto per esempio è qualcosa che si fissa stabilmente nel nostro lavoro, che muta la sua funzione o il messaggio che può portare con sé: a volte come scultura, a volte come dono e opportunità altre come immagine di se stesso.

Cose_tra_cose


ORECCHIE D’ASINO

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DECAPITOLANDO

La testa del fanciullo era già stata inghiottita, adesso si presenta sotto forma di un’ampolla di vetro trasparente. Qui si intravede la memoria: post-it incastrati l’uno all’altro e disposti in maniera sequenziale e alternata: uno piegato e uno intaccato, un agglutinamento di ricordi e un vuoto di memoria.

La chiromante anch’essa senza testa, teneva la sfera nella sua mano destra, con la sinistra invece leggeva il palmo. Una linea spezzata non intrecciata i cui estremi non coincidono perché interrotta bruscamente da una potenza, avente la base coincidente con l’esponente. Qui i prolungamenti dei lati attraversano la superficie concava.

Un intestino condiviso, il cui silenzio è interrotto simmetricamente da gocce fredde provenienti da una stalattite. Ad occhi chiusi sussurravano: un antica serena maraviglia, la noia dell’inganno, il fervore della scoperta, la vergogna di un passato troppo recente, un tintinnio di campanello, la bellezza della fanciullezza, un usignolo presso un ruscello, un’armonia di voci, un pianto e una risata senza perché, un riposo…


OD’A è un duo composto da Ornella De Carlo (Taranto, 1991), laureata in Arti Visive, e Federica Porro (Como 1994), laureata in Lettere Moderne. La loro pratica ha inizio durante un viaggio in treno: una teneva in mano Sogni di sogni di Tabucchi e l’altra Impro di Keith Johnston. Qui, seguendo degli esercizi di improvvisazione teatrale e di transfert, iniziano a comporre un sogno semilucido e condiviso da cui poi hanno origine i loro primi lavori.

Alcuni dei loro progetti sono entrati a far parte di festival come SIFEST OFF (2019) o DIVAGO (2019) curato da MIXTA Gallery in collaborazione con Pink Summer Contemporary Art. Inoltre prendono parte a residenze quali Self Organisation as a Method (2019, Biella) con Chto Delat e UNIDEE presso la Fondazione Pistoletto; Artist in residence programme (2018, Mantova) presso lo Studiottantuno Contemporary Art Project; Inner Landscapes (2018, San Cesario di Lecce) presso la Fondazione Lac o Le Mon. Nel 2020 partecipano a Neuro_Revolution, progetto a cura di Francesca Lazzarini per AiR Trieste in collaborazione con MLZ Art Dep, a settembre invece saranno ospiti presso la fondazione Darat Al Funun ad Amman. Per continuare